mercoledì 18 gennaio 2012

L’immagine femminile, eretica, portatrice di vita. - Di Patrizia Cecconi, Presidente dell’associazione culturale “Germogli” di Roma

Vorrei parlare non solo  di Pietro dei colori, quanto delle donne di Normanna. 

Dico LE donne perché vedo una sorta di continuità tra le figure femminili che frequentano i romanzi dell’Albertini. 
Del resto Pietro dei colori è una storia che si svolge attorno al Maestro di Borsigliana, o meglio è la storia in cui è inserito il Maestro di Borsigliana, ma è, non meno,  la storia dei tormenti e delle vite di Peruzza, di Lucrezia Fina, di Orsola, dell’ostessa dai capelli rossi, fantasma  ineffabile che percorre il romanzo lanciando disperatamente il suo imperativo. Donne protagoniste o coprotagoniste, mai semplici figuranti.


-         In  Shemal sarà Elvira Do Campo, la giovane di origine ebrea, disturbatrice dell’ordine costituito e per ciò stesso “alleata del maligno”, la donna del popolo cui l’autrice fa dire parole dotte, parole che ad un’analisi pignola sembrano stonate sulla bocca di una donna del popolo del quindicesimo secolo, ma che ad una lettura, per così dire in filigrana, appaiono come l’essenza di quel femminile, che potrei definire  “ipogeo” che
è alla base della condanna che le donne, come eretiche dell’ordine costituito, hanno subito e purtroppo – siamo  costrette a dire – tuttora  subiscono in troppe occasioni e nelle più diverse culture.
Elvira è la figura femminile del primo lavoro di Normanna, romanzo che si snoda in un contesto storico, pur non essendo propriamente un romanzo storico, caratteristica, anche questa, che ritroviamo ancora in Isabella e in Pietro.


-         I puzzle che Normanna compone (e che il lettore è costretto a ricomporre) hanno sempre un filo conduttore che appare e scompare, che ricuce il patchwork dando unitarietà al lavoro senza far sparire in una sintesi monoica  la molteplicità delle situazioni in cui sono inseriti, spesso trasversalmente, i personaggi.


L’uso singolare dell’analessi e, talvolta, in modo sfumato, della prolessi rende intrigante la lettura dei suoi romanzi, sebbene di tanto in tanto rischi di disorientare il lettore che si trova costretto a rincorrere l’intreccio di tempi e personaggi che sembrano porsi in quella che, con linguaggio preso a prestito dall’informatica, potrebbe definirsi una “memoria random”,  non nel senso di “casuale”, ma nel senso di riccamente intrecciata e fatta di segmenti liberi, sebbene inseriti in un mosaico di cui ognuno di essi è precisa tessera.


-         Ho letto un’intervista  di qualche anno fa, in cui l’autrice affermava di trovare ispirazione nelle sue amatissime colline emiliane. Ebbene, i suoi romanzi ricordano, come  una galleria di quadri in una strana concatenazione  di situazioni, il territorio primigenio da cui Normanna sembra prendere ispirazioni e personaggi e, può sembrare azzardato, ma a me pare proprio che  l’Autrice  dia ai paesaggi,  in particolare alla sua amata e quasi magica pietra di Bismantova, consistenza di  personaggi di natura umana. 


-         Può piacere o non piacere, ma è così, o meglio, per la mia lettura, è così: Normanna non lascia mai se stessa, s’insinua nei personaggi e parla in loro e per loro. Le mille sfumature che ogni donna ha in sé, Normanna le trasmette alle sue donne. NON identificandosi nei personaggi, sia chiaro, ma dando loro le sfaccettature che un’attenta analisi, che DA donna compie sulle donne, le permette di offrire. Leggiamo in esse civetteria e saggezza, SAPERE, e sapere più di quello che il mondo accetta che le sue donne sappiano. PENA, c’è sempre una venatura di pena. Che però mai, neanche nelle situazioni più tristi è la pena spenta, quella polverosa e smorta che annulla la vitalità.  Questa venatura di pena  si percepisce anche nelle situazioni gioiose, ma lungi dall’oscurarle  dà loro maggiore intensità.


 Ma anche nel tormento, la pena che Normanna fa fluire dai suoi personaggi è la pena di animi e corpi palpitanti, mai spenti. E questa caratteristica, propria delle  sue donne, l’Autrice la rende  trasversale al genere e alla morale dei personaggi stessi. In Pietro la vediamo tanto in Peruzza, amorevole quanto  spietata ,  che nel terribile Noè. Così come in Isabella la vediamo nel disperato Libero, testimone della disumanità della guerra coloniale, come nella generosa Lucia, ferita dalla violenza maschile, ma libera e splendida figura al di sopra del pregiudizio.  


-         Questa vitalità che non lascia mai le pagine dei suoi romanzi, questa sorta di vibrazione, prende un tono sensuale che va oltre il tratteggio degli umani. Così come pure la sua incrollabile fede religiosa, s’insinua in ogni spiraglio, approfittando di ogni oggetto o metafora che si presta a farle da veicolo. In ciò sta la mia affermazione: “Normanna non lascia mai se stessa”.  E’ capace di mostrarci (in Isabella) i chicchi d’uva come grani di rosario, ma anche i bimbi, poveri cenci appesi alle vesti delle madri sfruttate dall’emergente capitale, come grani di un povero rosario nell’Italia che si sta costruendo.
Ma i chicchi d’uva trasmettono anche piacere, diritto al godimento, alla gioia, alla “fecondazione”del bello, in una sorta di sensualità platonica che spunta inaspettata, accompagnando descrizioni di fatti , paesaggi e personaggi.


In Pietro dei colori la sensualità accompagna una molteplicità di situazioni e non si confonde MAI con la violenza, anche sessuale, che è presente nel romanzo.
In Shemal attraversa il corpo straziato della povera Elvira e la mente infelice del mostruoso torturatore. Elvira do Campo, nella penna di Normanna, diventa  lo strumento letterario  capace di estrarre dal mostro Torquemada un rimosso antico di violenza subita e vissuta, che riemerge nonostante la rimozione praticata attraverso il potere, quel potere  che è il vero incunearsi del male e che si nutre del male inferto che moltiplica a sua volta il potere. Torquemada viene ad essere, così,  vittima che si fa mostro e il messaggio, che Normanna lancia di pagina in pagina, è quello di una forza morale che non accetta l’ordine dato, è quello di un umanesimo ribelle, unico antidoto alla riproduzione della violenza. 
E l’autrice, convinta credente, mentre non manca occasione per ribadire la sua fede, altrettanto non ne manca una per fustigare una Chiesa traditrice che abbandona il cristianesimo di cui ella nutre il suo ideale di mondo, da costruirsi, fatto di principi ispirati agli ideali Socialisti (con la S maiuscola, intendo IDEALI) .


-         Ripeto, secondo la mia lettura, Normanna non esce mai da sé  totalmente.  Da ciò che è la sua professione: educare, educare in senso etimologico e, al tempo stesso, insegnare, lasciare il “segno”.  La conclusione dei suoi romanzi ne è la costante dimostrazione: il messaggio che Normanna NON lascia in sospeso, ad un’interpretazione “qualunque”  del lettore, ma che vuole trasmettere senza incertezze.  Ci si potrebbe chiedere: ne beneficia la letteratura, intesa come arte che il critico letterario consacra ad essere tale? Forse no, o almeno non, e  ribadisco “forse”, non in questo periodo storico, ma non sembra proprio che questo preoccupi l’Autrice, anzi! l’Autrice, nel suo scrivere, a me sembra VOGLIA proprio trasmettere, preciso, il suo messaggio. Quello in cui, come il nodo che chiude la tessitura di un ricamo, consegna la storia al lettore conclusa, esattamente come  lei l’ha concepita, nei colori e nei disegni che ha tessuto col SUO filo, che appunto, si manifesta nel suo  messaggio.
Così  è nel primo, nel secondo e nel terzo dei suoi romanzi:  l’immagine femminile, eretica, portatrice di vita, vittima che non si arrende, pensiero finale e, comunque, dominante.


-         Altre caratteristiche comuni ai suoi romanzi, cui l’Autrice consegna in qualche modo il ruolo di filo del ricordo, sono le cantilene. In Shemal sarà “Sepas que pasa…”, in Isabella “Ainsi font font font….”, in Pietro non propriamente una cantilena, ma l’imperativo lanciato dal fantasma della donna che ha scelto la libertà anche nella morte: “devi far paura se vuoi salvarti”.


-         E prima di chiudere vorrei notare  (e fare in proposito una domanda all’Autrice) che i personaggi maschili dei suoi romanzi, pur quando emergono in modo positivo, come don Paolino o il carbonaro Francesco o il monaco Marco, non sono mai trattati con l’affetto e, direi la tenerezza, che Normanna riserva a Pietro,il Maestro di Borsigliana,  il pittore che racchiude nella sua madonna l’immagine dei suoi amori, quello massacrato dalla brutalità di maschi che conoscono solo violenza, e quello che da quella violenza è riuscito a salvarsi.  Perché, Normanna, al tuo Pietro un trattamento tanto speciale in questo romanzo che si apre con la luna e una donna e si chiude con la luna e altre donne?


-         E, per concludere, seguendo il filo che mi ha portato su queste colline, e cioè le donne, protagoniste e messaggere, di Normanna Albertini, voglio leggere poche righe. Dall’ultima pagina  di Shemal leggo: “La donna, la vita. La vita è vita e fluisce,scorre,importuna e dà scandalo”. Isabella, a sua volta,  si conclude  col miracolo che “ sbocciato nel ventre di una donna, si allarga … sulla terra assetata di pace”. E infine, in Pietro dei colori, l’Autrice affida il suo messaggio all’immagine delle donne che tessono da “sempre la vita degli esseri umani: la nascita, la morte, la rinascita.” E conclude senza indugio con la certezza che  la sapienza  appartiene a loro e alla grande dea,…. la luna” simbolo di un femminile velato o palese, ma sempre presente.












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