giovedì 29 marzo 2018

NEVE DI FEBBRAIO - POESIA

Neve di febbraio

Foderato il bosco, il suolo: fronde e tronchi
gonfi e agghindati
in raccolto torpore;
in parabole nere, corvi gracchianti
a lamentare l’assenza
tra le chiome
di prede e noci, e di ripari ospitali.
Impone, la natura, inerzia all’uomo,
riposo
silenzio. Dei pensieri ascolto.

Contrastiamo – indocili - ogni tregua,
invece,
anche quella, bianca, della neve,
come il pettirosso affamato
volato
a ripulire briciole sui balconi.

Che forse temiamo di morire
di quiete.

Noi, che paventiamo
l’ascolto della mente.

venerdì 16 marzo 2018

DISTILLO SILENZIO - CICLI

Cicli

Poi ci si abitua ai vortici
di nuvole festose
districanti sul blu
fronzoli di vapore.

Poi ci si abitua ai vortici
di fumo e profumo
di legna e castagne
e nebbioso muschio.

Poi ci si abitua ai vortici
di rosso vermiglio e oro
e ruggine e bruno
dei pampini caduti.

Poi ci si abitua ai vortici
puliti e ipnotizzanti
di tenere falde nugolo
a silenziare la terra.

Poi aspetterò i vortici
dei fiori dei ciliegi,
del prugnolo selvatico,
del biancospino.

E sarà un turbinio
di bianco lungo le siepi
nel tempo delle nozze

e delle prime comunioni.

DISTILLO SILENZIO - GHIACCIO E FUOCO

Ghiaccio e fuoco

Dai moti caotici
di atomi pulsanti,
ordinati,
senza tempo orbitanti,
dai sentieri opachi
di vie siderali,
distillo armonia.

Strimpello
trame distese e fibre,
stracci di comete
antiche.
Ghiaccio.

Distillo equilibrio
da privazioni atroci:
ferite
mie, remote.
Ghiaccio
su squarci che serbano
angoscia,
ghiaccio che tiene
l’urlo.

Le comete causano vita
ancora.
E io lo so
d’esser figlia del fuoco
e del ghiaccio.

Dello spasimo
d’uno squarcio
torrido
di pugnale
(fuoco e ghiaccio)

nell’atmosfera.

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - 3

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Scorte di carta

“Sono qui in Rsa”, mi scrive mia nipote Elena sul cellulare, “la nonna sta conversando con le amiche e dice che la settimana scorsa è stata a Gombio, dove don Valerio aveva organizzato un ritrovo di tutti i paesani...”. Peccato che don Valerio sia morto da diversi anni e che non fosse più parroco di Gombio da decenni. E che mia madre non partecipasse mai né alla messa né a raduni con il prete. Come credi che mi senta, amico mio che sei nei cieli, mio santo da me requisito in attesa di un miracolo, come credi che stia, io, quando mia madre fa così?
“C’era pieno, secondo lei”, continua mia nipote, “e, secondo lei, ‘vero che l’ambiente non è molto vasto, ma è tenuto ben pulito’. Ora sta spiegando alle amiche che sono sua figlia...”.
Hai capito, caro fraticello? Ha le allucinazioni, eppure ce ne accorgiamo solo noi familiari stretti; per chi la incrocia dieci minuti, per chi viene da fuori - persino per il medico - siccome riferisce le sue storie in modo verosimile, ha un cervello ancora funzionante. Sono io ad avere le allucinazioni.
“Mamma, è venuta Elena a trovarti?”, le chiedo a sera, all’uscita dalla struttura.
Scuote il capo decisa. “Io non l’ho vista.” Non l’ha vista: garantito, se l’ha scambiata per me. Comunque, le ragazze mi dicono che non è messa male rispetto agli altri ospiti, e magari fossero tutti come lei. Sì, ogni tanto scappa dalle stanze del diurno, zoppicando e barcollando con il suo bastone – che se cade, va in mille pezzi, mi ha detto l’ortopedico - e fila nel salone a chiacchierare con gli ospiti della casa protetta, però è tranquilla. E mangia come un lupo, dicono le ragazze.
I panini che avanzano a pranzo, glieli trovo nella tasca della giacca, ben avvolti, ma proprio imballati con strati di tovaglioli, che non abbia a cadere neanche una briciola.
Chissà perché gli anziani diventano tutti raccoglitori compulsivi di carta e metodici ripiegatori della stessa. E come la ripiegano bene, meglio della pasta sfoglia, con precisione geometrica!
Mia mamma s’infila tovaglioli ovunque: nelle tasche dei pantaloni, nel reggiseno, nelle maniche delle maglie. La sera, quando la spoglio, è tutto uno svolazzare di carte sul letto e sul pavimento, tovaglioli di ogni colore, che poi, ossessivamente, lei raccoglie e infila sotto al cuscino; non si sa mai che possano servire.
L’accumulo compulsivo di carta era anche di mia suocera: sacchetti del pane a decine, ripiegati da sembrare stirati a caldo, carte dell’affettato, carta dei pacchi regalo, carta lucida dell’uovo di Pasqua, e poi le terribili bustine di plastica della spesa, fatte su a triangolo e infilate in altre buste della spesa e poi infilate in qualche tiretto. Mia suocera aveva vent’anni, durante la seconda guerra mondiale, e ricordava che mancava il sapone, che non si riusciva a trovare una crema e scarseggiava il sale. Quando morì, schiudemmo le ante di alcuni pensili e ci apparvero cataste di sapone di marsiglia, creme, saponette, borotalco, mentre un armadietto di cucina era colmo di pacchetti di sale. Si era preparata le scorte per un’altra – eventuale - guerra.
Mia mamma, invece, io non lo sapevo, ma aveva saturato la madia e la credenza di vassoi di carta: quelli della pizza, quelli dei pasticcini, quelli delle torte che le portavo io. Non li usava più, ma li conservava tutti: unti, puzzolenti, affastellati in perfetto ordine, che non si sa mai.

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - 2

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Cosa vuoi saperne tu?

Le fisso i capelli con quattro fermagli vivaci: graziosi, rosa e blu a pois bianchi, da bimba.
A lei piacciono; glieli metto, altrimenti con le dita si pettina all’indietro, si pressa i capelli, li stira tanto che sembra uscita da una di quelle crudeli foto pre legge Basaglia.
Glieli ho dovuti far tagliare, dopo l’ultimo ricovero in ospedale: via la grossa treccia grigia che poteva creare problemi di governabilità. Troppi capelli, troppo lunghi e le operatrici sanitarie, sempre affannate per il carico di lavoro ormai insensato, non ce la possono fare. Comunque, lei non è abituata ai capelli corti; se li sposta dalla fronte, dalle orecchie, li maltratta, li pigia sul capo a dispetto delle mani deturpate dall’osteoartrosi. Con quelle dita storte riesce a fare poco altro, ma riesce comunque a spettinarsi.
“Dai, le mie amiche saranno già tutte su.”, mi dice, mentre le passo la crema sul viso e sulle mani. Ha indossato volentieri un maglioncino amaranto: forse le sue amiche le avranno detto che le sta bene, perché solitamente non gradisce i colori sgargianti. O sarà stato qualche amico a farle i complimenti. È agitata: bisogna muoversi, perché tutti saranno ad aspettarla lassù al Centro diurno, non si può fare tardi. In realtà, dubito che, dopo mezz’ora, si ricordino di lei, visto il pessimo livello  di lucidità degli ospiti, ma glielo lascio credere. “Ah, sai, con Savino ci ballavo sempre...”, dice riferendosi a uno di loro, d’una decina d’anni più anziano di lei. “Ma quanto puoi averci ballato, mamma?”, “Ci ho ballato sì! Andavamo sempre a ballare alle feste di paese, eh... ho ballato sì, cosa vuoi saperne tu!”
Ho i nervi a fior di pelle, anzi: mi sento proprio senza pelle, e quel “cosa vuoi saperne tu” è sale sulla carne viva. Poi raccontatemi che “ci vuole pazienza”, che “lo sai, è la malattia”.
È la malattia sì, ma lei è mia madre e la sua continua svalutazione riapre piaghe mai chiuse.  
Caro il mio santo che stai sul termosifone, quanto può aver ballato, mia madre, se a diciotto anni era incinta di me e se, poi, negli anni seguenti, non è più uscita di casa per divertirsi?
Pensa che non rammenta, a distanza di cinque minuti, cos’ha mangiato, o se è andata in bagno, ma le sagre con i suonatori e i suoi compagni di danze di settantacinque anni fa sì: quelli li ricorda.
Un violino, una fisarmonica, una chitarra, qualche fiasco di vino e si ballava. Sulle aie, dove si trebbiava il grano a luglio, ma anche nelle radure dei boschi, sotto i castagni. Le ragazzine in cerca del moroso (perché se non avevi un moroso a quattordici anni, poi rimanevi zitella) e pattuglie agguerrite di vecchie nonne ad accompagnarle. Le vecchie nonne avranno avuto cinquanta, sessant’anni, eppure erano indubbiamente vecchissime: sdentate, avvolte nei loro scialli neri, con il fazzoletto in testa e l’immancabile grembiule legato proprio sotto i seni cadenti. Vecchissime e implacabili guardiane delle loro nipoti ancora inviolate.
Le ragazze animavano le serate con discrezione, ma bisogna pur raccontarla fino in fondo: c’era sempre quella che “la dava via”, nonostante la nonna gendarme, quella con cui si divertivano un po’ tutti e tutti sapevano che “ci stava”. Quella che si ripresentava sul ballo, dopo essere sparita nel buio, con la camicetta sgualcita e la gonna macchiata. Mia madre ne parla ancora con grande scandalo. Però dice che erano figlie di famiglie alla fame, e che lo facevano per avere qualcosa da mettere sotto i denti. Lo dice per giustificare qualcosa che anche oggi le pare troppo vergognoso da accettare.

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - 1

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Bandiera bianca
Ci fosse Nembo Kid, chiederei a lui. Ma non esiste. Mi ero innamorata di lui, da bambina, quando ancora non si chiamava Superman e per collega aveva la bionda Nembo Star; in ogni caso, lui non esiste. Dunque, non ho alternativa: parlo con te. Invoco te.
Che, almeno, una vita prima della morte l’hai avuta. Ti prendo in ostaggio, ti ricatto.
Ricattare un beato, in mancanza d’altro, non è certo un crimine; tutt’al più è disperazione.
Stai lì, sulla mensola del termosifone: un ‘santino’ - che mi regalò non ricordo chi - e che fisso ogni sera, mentre m’infilo sotto le lenzuola (e le coperte, e pure una pelliccia di volpe che vinsi in un supermercato ma che non ho mai messo). Ti guardo e parlo con te; perché non si sa mai.
Quando si è disperati, da dove possa giungere la salvezza non si sa mai.
Gli scogli vanno tutti bene (sempre che non diventino pericolosi). E tu non sei un pericolo.
La pelliccia di volpe fa compagnia e conforta. È morta come te, caro santo, ma ha avuto una vita.
Non so nemmeno se sono disperata. Rassegnata, forse; sconfitta. Mi arrendo: inutile che puntiate la pistola da lassù, voi tutti santi numi delle altezze. Mi arrendo. Bandiera bianca.
Dopo penserò alla disperazione; per il momento non ho tempo. ‘Dopo’ non so ‘cosa’ sia, né in che luogo né in che periodo, però so che ci sarà un ‘dopo’; una fine, una resurrezione.
Prima o poi scappo - mi dico - lascio tutti e scappo (sui monti, in mezzo ai boschi, a campare di bacche e lucertole, a farmi divorare dai lupi che, però, dicono non attacchino gli umani), tuttavia lo faccio ‘dopo’: quando avrò risolto anche questo ennesimo problema e sgarbugliato questo ennesimo viluppo di miserie. Mio padre non verrà a cercarmi. Non può.
Mio padre, quando aveva voglia di erbazzone, scendeva nell’orto e raccoglieva le bietole.
Pali di castagno conficcati nel terreno sostenevano una rete da polli e un cancelletto leggero leggero, dello stesso materiale, delimitando i pochi metri quadri del suo orticello; dentro, una tinozza di plastica e un tubo di gomma per innaffiare le piante. Indispensabile, il recinto, per tenere alla larga cinghiali e caprioli, anche se proprio un capriolo, mio padre, ce l’aveva trovato dentro, perché quelle deliziose bestiole saltano anche le recinzioni.
Come culla per le sue verdure, mio padre aveva scelto un luogo dove, molti anni prima - e per decenni - c’era stato il letamaio. Ché il letame rende allegri gli ortaggi. E pure chi se ne prende cura. Sul letamaio, da bambina, avevo spinto la carrozzina contenente mio fratello, il quale era finito a faccia in giù sul letame. Certo che, prima di fare un figlio dopo l’altro, bisognerebbe essere sicuri di potersene occupare; allora, in ogni caso, i figli capitavano. Credo che nessuno li volesse davvero, o forse le famiglie volevano solo figli maschi. Io ero nata femmina, purtroppo.

giovedì 31 agosto 2017

CORE - RACCONTO DA SELVA E DA BATTIGIA

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/gialli-noir/352735/di-giallo-e-dalacri-ombre/

Libro partecipante al concorso "Il mio libro 2017" 
contenente il racconto "Core"

Eccomi. Sono qui, aggrappata alle parole. Passeggio tra le lettere, respiro il profumo dell’inchiostro.
Eccomi sveglia, dopo chissà quanto. Sono sveglia, improvvisamente, e non capisco.
È pergamena la materia che mi circonda, pelle disseccata di pecora. La vedo per quel filo di luce che filtra da una crepa nel legno. Che ci sarà oltre?
Provo ad avvicinarmi. Un muro, e un’altra fessura. Una stanza bianca, pulita, straordinariamente pulita.
Non c’è fuliggine sulle travi, non c’è terra sul pavimento. Ma dov’è il focolare? Perché deve essere una cucina: il profumo di buon cibo è forte. Tanto da svegliarmi.
Incollo un occhio alla fessura. Un occhio? Ho gli occhi? Ma chi, “cosa” sono io? E perché sono qui?
C’è una donna là, nella stanza. È bionda, bella, indossa uno strano vestito, bella, bella, ma pare inspiegabilmente anziana.
Le vecchie non sono mai belle. Lei sì. Bionda, e con un bel sorriso: ha tutti i denti. Canticchia, e maneggia lucide pentole di metallo. Lucide come spade.
Che torpore. Mi sono svegliata, ma non ricordo di essermi addormentata. E dov’ero? Dove sono? Lettere e parole intorno a me, un rotolo di gialla pergamena in cui riesco a scivolare, inciampando appena nei rilievi dell’inchiostro. Sono morta, sono viva: non è tanto diverso; ma non è neanche la stessa cosa.
Mi vedranno? Mi sentiranno?
In fondo, povera e piccola come sono, la gente non mi ha mai visto. Mi incontrava, ma non mi vedeva. Come se fossi già morta. E se sono morta, chissà se anche la morte, come la vita, avrà una fine.
E chissà se adesso mi sarò svegliata in un’altra vita. Afferro con le mani (ho le mani?) un lembo del foglio e provo ad uscirne. Sono rinchiusa tra pareti di legno (una cassa?) illuminate da quell’unica, lunga fenditura. Però, poi, c’è un muro. Sento la polvere della malta.
Sono morta, viva, o pazza; è un sogno? Chi, “cosa” sono?
Fermi! Zitti! Ora c’è un uomo nella stanza, sento la sua voce. L’occhio appiccicato al buco mi si annebbia per lo sforzo, però riesco a vedere le mani dell’uomo, e i suoi fianchi.
È un uomo o un gigante? Deve essere molto, molto alto.
Rotolo, rotolo. Mi avvicino a un’altra crepa, quella nel muro dalla quale mi arriva un forte odore d’erba bagnata e di fiori. Rotolo, rotolo, esco dalla cassa, rotolo verso la luce e l’umido fragrante.
Una vertigine. Cado. La luce mi abbraccia e l’aria mi solleva.

domenica 27 agosto 2017

"IO RIPRESI L'AEREO E LASCIAI L'ETIOPIA"

Si tratta di una mia vecchia intervista del 2002; nel frattempo, Giuseppe Calcagno è morto. Sono felice di aver raccolto per tempo la sua testimonianza
Terre d'Africa


Il dipinto, nelle diverse tonalità del colore del cielo, ritraeva uno zingarello che giocava con un bastoncino. Il “maestro” era nel suo “periodo blu” e allo scolaretto, che sostava sognante dinanzi all’opera, chiese: “Il te plait?”   “Oui, maestro” , rispose il bambino. “Italianito?” continuò Picasso e, alla risposta affermativa del piccolo, staccò il quadro dalla parete e glielo donò.  A quella mostra di pittura a Vallauris, Giuseppe Calcagno  era stato accompagnato dagli insegnanti con tutti i bambini della scuola; aveva poco più di dieci anni e viveva in Provenza da quando ne aveva tre. Da quando il padre, socialista convinto, aveva dovuto abbandonare la sua Torino per “incomprensioni” con il regime dell’ Uomo della Provvidenza, come papa Ratti aveva definito un altro ex socialista di Predappio. Lo incontriamo a Cervarezza, nella sua bella villa di foggia alpina, dove si è stabilito da qualche anno con la moglie dopo aver condotto una vita nomade in vari paesi del mondo. Qui ha ricreato un piccolo angolo di terra provenzale, con gli stessi profumi forti della lavanda, del timo, dell’erba limoncina. “Ah la Provenza! – ci racconta – è il paradiso sulla terra! Mio padre lavorava nella compagnia francese dell’alluminio, la Pechiney, e nel villaggio di operai dove abitavamo erano presenti ben 16 nazionalità diverse. Soltanto gli arabi vivevano separati e ad essi erano assegnate le mansioni più pericolose, che comportavano l’uso del cloro. Ne morivano tanti. Noi, invece, stavamo bene. Ricordo che la mamma apparecchiava sempre per qualcuno in più, perché era normale che a tavola si aggiungessero, di volta in volta, socialisti o anarchici italiani. Ai primi di giugno del ’40, quando gli alpini irruppero nel villaggio, li accogliemmo con una grande festa.”  Nel ’43 la famiglia Calcagno rientrò in Italia, ma alla frontiera venne letteralmente spogliata di ogni avere dalla polizia, compreso il ritratto dello zingarello, dono di Pablo Picasso. Cominciò così una lenta e faticosa risalita, fatta di tanto lavoro, sacrifici, intelligenti intuizioni, che permisero a Giuseppe di conseguire un diploma e cominciare un’attività di venditore all’estero per conto di grandi ditte. “L’unico paese dove mi sono fermato soltanto per ventiquattrore è l’Etiopia- continua Giuseppe- erano gli anni ottanta e il mio primo incontro ad Addis Abeba fu con i soldati cubani di Fidel.
Stavano maltrattando dei bimbi che giocavano su un marciapiedi; intervenni chiedendo spiegazioni. Mi aggredirono insultandomi;  io ripresi l’aereo e lasciai l’Etiopia.” I corpi di spedizione cubani, insieme con navi ed aerei dell’Armata Rossa, erano in Etiopia dal ’77 per respingere le offensive del Fronte di liberazione dell’Eritrea (anch’esso marxista- leninista come il regime etiopico) e dell’esercito somalo. Negli anni successivi  la politica dissennata e violenta di Menghistu portò alla completa catastrofe agricola, amplificata dalla siccità, che sprofondò il paese in una miseria inenarrabile. Soltanto “Médicins sans frontières”  ebbe il coraggio di opporsi agli inutili e controproducenti aiuti internazionali, compresi quelli, famosi, della campagna delle rockstar americane, interpreti dell’inno We are the world che, ancora nel 1985, foraggiarono il dittatore lasciando a mani vuote il suo popolo. Ma sono tanti i popoli e i paesi di cui ci narra il signor Giuseppe, e il suo racconto è “affollato” e difficile da dipanare:“ In Afghanistan arrivai per caso, perché in Iran avevo incontrato l’architetto generale della città di Kabul. L’Afghanistan era poverissimo, ma meraviglioso, impressionante per la gentilezza, la pulizia e l’onestà della gente.

martedì 22 agosto 2017

QUANDO I NAZIFASCISTI USAVANO IL FUOCO: LA COOPERATIVA BRUCIATA DI FELINA

A Felina, e nei paesi limitrofi, quell’edificio lo si è sempre definito “cooperativa bruciata”, anche se il giusto
La Casa del Popolo, poi cooperativa di consumo di Felina
appellativo sarebbe “Ca’ Martino”. Tuttavia, il motivo del presunto incendio cui fa riferimento il nome - e la dinamica stessa dell’evento - sono sconosciuti ai più.
Sembra che nel centro abitato, nel corso degli anni, nessuno ne abbia mai parlato, quasi ci fossero ambiguità da occultare, oppure dolori troppo pesanti da accettare. Intanto, vediamo cos’erano le cooperative di consumo come quella di Ca’ Martino.
La prima nacque nel 1854 a Torino: era uno spaccio dei “magazzini di previdenza”, sorto per difendere il potere d’acquisto dei consumatori attraverso l’acquisto della merce direttamente dai grossisti, rivendendola poi ai soci a prezzo di costo. Nel decenni seguenti, queste cooperative divennero realtà radicate in tutt’Italia. In provincia di Reggio Emilia, la prima fu costituita a Fabbrico nel 1886, mentre quella di Ca’ Martino venne inaugurata nel nel 1908; a quella data fa riferimento un libro sulla cooperazione in cui si parla, infatti, della costituzione della “Cooperativa di Consumo, Produzione e Costruzioni casa del Popolo di Felina”, attiva poi anche durante il fascismo e ancora nel 1946. Il sovrapporta di ferro battuto, datato 1906, è ancor oggi al suo posto.
Alla guida della Lega delle Cooperative, era giunto, nel 1912, Antonio Vergnanini, socialista, interprete di una linea di dialogo con il fascismo per provare a tenere in piedi ciò che si era creato. L’avvento del fascismo, però, significò violenza squadrista e irreggimentazione nel nuovo assetto totalitario del sistema cooperativistico.
Le cooperative di consumo erano state pensate come centro della vita sociale dei soci: vendita di generi alimentari, bar, circoli ricreativi, attività assistenziale. Difatti, in quella di Felina c’era pure un salone adibito a “teatro”, dove recitava la “Filarmonica” del paese.  
Eppure, dell’incendio e dei suoi perché, in seguito nessuno proferì parola. Persino il motivo dell’intitolazione di “Via Maiotti”  alla vittima – strada che, a fianco dell’edificio, si addentra nella borgata - pare rimosso dalla memoria popolare.
I genitori del giovane Daniele Ghirelli, per esempio, sono cresciuti proprio lì, ma più di tanto non sapevano; è toccato a lui, il nipote, il privilegio di raccogliere le confidenze dei nonni, ed è lui che ci riferisce una prima versione di quell’evento: “Ero ancora un bambino quando me lo raccontarono, ma mi ricordo piuttosto bene le parole di nonna Laura Manfredi e del mio bisnonno Remo Manfredi. All’epoca, abitavano nella casa a fianco della cooperativa. Mi dissero che, a seguito dell’uccisione di due soldati tedeschi chiamati ‘mongoli’ (russi di provenienza asiatica che avevano disertato e si erano arruolati nell’esercito tedesco), erano confluite a Felina alcune truppe d’assalto tedesche per operare rastrellamenti. Prima di incendiare la cooperativa fu ucciso il gestore, che non aveva rivelato informazioni riguardo ai partigiani e ai loro nascondigli. L’azione fu condotta principalmente da truppe d’assalto tedesche (sia Wehrmacht che SS), con la collaborazione dei tedeschi del presidio. Erano presenti alcuni militi fascisti della Gnr e un sottufficiale, che si limitarono a guardare e non ebbero parte attiva. Ricordo che mia nonna mi riferì di un giovane milite proveniente da Reggio, il quale era disperato, angosciato per le conseguenze personali che avrebbe potuto subire. Stando ai fatti, credo si possa parlare di eccidio nazifascista in quanto la componente fascista era presente e appoggiò l’azione, anche se fisicamente l’uccisione e l’incendio furono opera dei tedeschi.”
Ma chi era Clarenzio Maiotti, il gestore, il “banconiere” che venne trucidato? Ce lo riferiscono due dei nipoti, i cugini Eliseo Incerti e Graziella Canovi.
Intanto era un falegname, bravissimo a fabbricare mobili di pregio; la professoressa Cleonice Pignedoli, ricercatrice storica per Istoreco, dice di avere ancora in casa un bell’armadio realizzato da Clarenzio. Graziella, la nipote, ricorda di aver accompagnato il nonno nel suo laboratorio, dove ancora si dedicava al suo mestiere, pur gestendo la cooperativa.
Come capo falegname, Maiotti aveva lavorato alla costruzione della diga e della centrale idroelettrica di Ligonchio, iniziata nel 1919 e terminata circa dieci anni dopo, per cui Clarenzio si era trasferito a vivere a Giarola, con tutta la famiglia. I figli più grandi avevano frequentato dunque le scuole sul crinale, fino a che tutti erano tornati a Felina.

PAOLO CAVECCHIA: IL SEMINARIO, LA TUNISIA, TANTI FIGLI E L'AMORE PER LA PACE

Paolo Cavecchia con la seconda famiglia
Avrà avuto circa sette anni, Natalina, quando vide quell’uomo comparire sull’aia. Smise di giocare e lo osservò avvicinarsi: era vestito come un vero signore, aveva un “borsalino” in testa e due bei baffoni. “Chi sei?”, le disse. La bimba non si scompose: “Sono la figlia della Lisa.”, e lui: “ La tua mamma dov’è?”, “Nei campi a lavorare...”, “Bene, portami da lei.” La bimba si alzò, poi, un po’ incerta, gli chiese: “Ma tu, chi sei?”, l’uomo sorrise: “Sono il tuo babbo...”. Natalina lo prese per mano e lo condusse da mamma Elisa.
Paolo Cavecchia era tornato; il babbo di Natalina era tornato.
Il signore (che pareva un possidente), era nato nel 1882 a Fontanaluccia, in una famiglia di contadini. Dopo la morte prematura del padre – originario della Val D’Asta – era stato costretto a spostarsi quotidianamente alla Macchiaccia, con la madre, per lavorare in un podere enorme, di quelli necessitano di molti braccianti.
Il padrone era soprannominato “Macchiacin” e le sue terre andavano da Fontanaluccia fino a Montefiorino, comprendendo anche il paese di Riccovolto. Il signor “Macchiacin” (Stefani?) si accorse presto quanto quel ragazzetto fosse sveglio, troppo dotato per restare tutta la vita nei campi, e suggerì alla madre di fargli proseguire gli studi: “Avessi avuto i soldi per farlo studiare, non sarei certo qui a lavorare.”, rispose lei. “Macchiacin” non si scompose: quel bambino doveva assolutamente andare a scuola, pertanto si offrì di pagargli la retta del seminario di Marola.
Latino, greco, filosofia, francese e tutte le altre materie del ginnasio vennero affrontate senza problemi dal giovane Cavecchia, tanto che si diplomò nei tempi prestabiliti. Anche la musica, l’opera e il canto gregoriano lo appassionarono e divennero parte del suo bagaglio culturale. Poi, però, c’era da scegliere: diventare sacerdote, o abbandonare per sempre la talare, vestiario obbligatorio per tutti gli studenti del seminario?  
Aveva dei dubbi, il giovanotto, dubbi che riguardavano il celibato: “Al nonno piacevano troppo le donne”, sostiene oggi, ridendo, il nipote Flavio, che ci ha aiutati a ricostruirne la storia. Comunque, il rettore ascoltò Paolo e lo consigliò di diventare un buon padre di famiglia: “Molto meglio che un cattivo prete!”, gli disse, così Paolo tornò sui monti a lavorare la terra.  
Prima, però, cercò lavoro a Genova, dove già viveva la sorella Carola. Lui, che parlava e capiva il francese e il latino, a Genova si trovò immerso in una lingua indecifrabile. Girovagando per la città con un amico, s’imbattè in un cantiere; si avvicinò ai muratori e domandò se avessero bisogno di operai. Quelli lo guardarono perplessi, mostrando di non capire una parola d’italiano, e gli risposero in dialetto stretto: a lui sembrò che dicessero “masacàn”, ma ancora non sapeva che indicasse proprio il “muratore”. Il capocantiere, più “erudito”, si rivolse ai due giovani in un italiano stentato, chiedendo s’erano “capaci a portar pietre” e Paolo rispose: “Be’, se non sono troppo pesanti...” Paolo, dunque, rimase per un periodo a lavorare a Genova e, per imparare il dialetto, si comprava – e leggeva regolarmente - due giornali (‘U Balilla e ‘U Tramvai) scritti in genovese.