mercoledì 28 settembre 2016

IL VIAGGIO DI UN MIGRANTE "ECONOMICO" - ANTHONY YANKEY SI RACCONTA

Anthony a destra
Si sente spesso parlare di immigrati che arrivano ed io sono uno di loro, mi ritengo molto fortunato ora anche se il mio viaggio è stato molto doloroso. Mi chiamo Anthony Yankey. Vengo dall'ovest del Ghana, da un paesino al confine con la Costa d'Avorio, Aiyinase. Vengo da una famiglia povera, sono l'ultimo di dieci fratelli; quando sono nato mio padre era già amputato ad una gamba, non poteva lavorare per assicurarci una vita dignitosa né per farci studiare. Io, fin da piccolo, ho coltivato il desiderio di studiare per non fare la fine della maggior parte dei miei amici, che trascorrevano le giornate in strada, arrangiandosi per sopravvivere, e che poi così avrebbero continuato a fare anche una volta adulti. Ho iniziato la scuola, ma l'ho dovuta interrompere dopo pochi anni perché la mia famiglia non poteva mantenermi negli studi, così sono andato a lavorare per tre anni in Costa d'Avorio con uno zio, e con lui ho imparato a fare l'orafo. A tredici anni sono ritornato a scuola, dove però venivo preso in giro dai ragazzini più piccoli con i quali ero in classe. A scuola ero bravo e quando rientravo a casa la mamma era molto contenta che riuscissi negli studi, ma allo stesso tempo dispiaciuta per non esser riuscita a fare studiare anche tutti gli altri. Fu un insegnante dei primi anni di scuola che mi mantenne alle superiori; io l'ho sempre considerato come un papà e lo aiutavo nelle faccende domestiche. Il mio sogno era diventare un giornalista che raccontasse le notizie e le condizioni delle persone nelle varie parti del mondo. Per aiutare la mia famiglia, ho insegnato in una scuola privata, ma i soldi rimanevano pochi e altri lavori più vantaggiosi economicamente non si trovavano, quindi ho cominciato a desiderare di andare a lavorare in Libia. Per potermi permettere il viaggio, ho cercato un lavoro più redditizio e sono stato assunto da un benzinaio per alcuni mesi.
Il desiderio di partire per approfondire gli studi non mi ha mai abbandonato, così durante un turno di lavoro, una notte, ho iniziato il mio viaggio, senza avvisare nessuno a casa, ma dopo aver attraversato il confine con il Burkina Faso ho telefonato ad un mio amico dicendogli dove avevo nascosto dei soldi da dare a mia mamma e di avvisarla che ero partito. Era il 2007 e già all'inizio la strada si fece difficile perché l'autista del pullman, che doveva caricare me e tanti altri, dopo aver raccolto i soldi, si è dileguato. Così si è ripresentato il problema di cercare altri soldi e ho trovato lavoro come venditore di acqua. Dopo otto mesi siamo partiti su un pick-up; eravamo in 44, quarantadue uomini e due donne, ma eravamo così stretti che le nostre gambe e braccia avevano perso ogni sensibilità e quando ci si fermava l'autista veniva a muoverci per riattivarci la circolazione. Avevamo con noi un po' di biscotti e farina di manioca. Eravamo ancora in Burkina Faso quando, nel deserto, siamo stati assaliti dai briganti che ci hanno spogliati di quel poco che avevamo, ci hanno lasciato solo acqua ed hanno rapito le due donne di cui non abbiamo più saputo nulla!

martedì 27 settembre 2016

PANE E FRAGOLE - RACCONTO DI RESISTENZA E DI EMIGRAZIONE

Gabriella Garulli con il fratello e i nonni
Gabriella oggi, a Costola di Scurano


Gabriella, Hans e la loro bella famiglia



Era giugno, era caldo e la mamma voleva a tutti i costi farle trangugiare quella minestra dove, in mezzo alle verdure, oscillavano mollicci grumi di lardo. Gabriella si rifiutò, s'impuntò con tutta la determinazione del suo sangue montanaro, afferrò un pezzo di pane e uscì di casa, incespicando in un gradino e ferendosi l'alluce. Strinse i denti e corse via, malgrado il dolore, arrampicandosi fino a un terreno dove sapeva di trovare le fragoline selvatiche. Lo faceva sempre, quando le presentavano la minestra con il battuto di grasso: si metteva in tasca un pezzo di pane e spariva in cerca di frutta. Pane e mele, pane e pere, noci, ciliegie, amarene, uva, nespole, susine, nocciole, fichi, sorbole diventavano il suo pasto. Oltre alla zuppa nel latte la mattina, non mangiava altro ed era magra magra, tuttavia alta, sana, forte. Tanto che la spedivano a pascolare le pecore, quelle che tutte le famiglie di Costola di Scurano, il paesello in provincia di Parma (a pochi chilometri da Vetto d'Enza), dov'era nata nel '35, avevano comprato per superare meglio le privazioni. A turno, i bambini del paese portavano fuori le quaranta pecore della comunità; uscivano presto, all'alba. Gabriella era impaurita dalle bisce e partiva, al buio, senza fare colazione, con la nonna che la rincorreva e le metteva un quadretto di zucchero in tasca: “To', pinina, mangia...”. Il compito era troppo grande; le pecore dovevano tornare a casa sane e salve e lei era solo una bimba. Imparò così che delle proprie azioni si deve sempre saper rispondere senza scaricare colpe sugli altri. Imparò la responsabilità. Quel giorno, dunque, da vera, cosciente ribelle, se ne andò a mangiare fragole e pane, seduta nell'erba. Ed ecco che sentì delle voci, un trambusto, un picchiare di zoccoli sul terreno. Si alzò e si trovò di fronte una specie di carovana: muli e asini con le loro some, accompagnati da una quindicina di personaggi vestiti in modo insolito, con berretti e fazzoletti al collo. Corse via, e il nonno - che di solito stava seduto nell'aia a fumare la pipa, davanti alla porta aperta, in modo da non insospettire i tedeschi che passavano di lì - le disse che quelli erano i “ribelli”. Gabriella, incuriosita, informò subito gli altri bimbi e, insieme, andarono fino a Relendo, dove i “ribelli” s'erano accampati. I ragazzini vennero accolti con simpatia e sorrisi e se ne tornarono con un dono: un panetto da mezzo chilo di burro per uno, burro che i “ribelli” avevano forse requisito in qualche latteria lungo il percorso. Fu così che la casa di Gabriella Garulli divenne sede di un comando partigiano; fu così che lei vide, per la prima volta, una macchina da scrivere. Non sapeva, allora, che avrebbe poi sposato un tipografo, un ragazzo che lavorava nel più importante giornale svizzero... Intanto, era una bimba di otto anni in mezzo a una guerra e, dalla cucina, ascoltava le voci concitate delle riunioni del capo partigiano “Sbaffo”, mentre il partigiano “Tigre”, originario del crinale reggiano, l'aiutava spesso a fare i compiti di matematica; poi c'era “Duilio”, e persino un russo e altri partigiani, forse slavi, comunque stranieri. Lì, nella sua casa, a volte i “ribelli” dormivano, ma la mamma dopo bruciava l'imbottitura del pagliericcio e faceva bollire la fodera, altrimenti ci si sarebbe riempiti di pidocchi, quelli che vivono nelle cuciture. Un giorno, “Sbaffo” (che doveva essere di Ciano D'Enza) ordinò alla mamma di cucinare un coniglio perché avrebbero avuto come ospite un russo molto autorevole; la mamma obbedì e, alla sera, apparecchiò in sala, mentre tutta la famiglia era rimasta in cucina. Davanti al russo, mamma fu obbligata a mangiare un pezzo di carne e bere un po' di vino: volevano accertarsi che non fossero avvelenati. Era sarta, Dirce, perché il nonno – mezzadro, ma d'inverno anche calzolaio che girava a lavorare per i paesi - aveva voluto che l'unica figlia imparasse un mestiere. Era un raccontastorie fantastico, il nonno, e Gabriella sente di aver ereditato da lui il gusto per la narrazione, la lettura, l'ascolto. Dirce s'era sposata a 17 anni e aveva messo al mondo un figlio dopo l'altro, poi, dopo una pausa di diversi anni, era arrivata, imprevista, Gabriella, l'ultima. L'aveva fatta nascere Jusfa, una cugina del papà che non aveva figli e che si era poi occupata di lei e legata a lei come e più di una madre. Dirce aveva troppo da fare per accudire anche quell'ultima nata. Pure Jusfa amava le storie, il racconto. Le metteva in mano dei libri quando ancora Gabriella non sapeva leggere, così, quando la piccola andò a scuola, si lesse tutto il “sillabario” e poi chiese alla maestra di portarle altri libri. In casa, però, bisognava nascondersi per leggere, perché per i grandi era tempo perso: c'era da lavorare, altro che stare seduti con dei libri in mano! Era brava a cucire, mamma Dirce, così i partigiani le portavano i paracadute degli aviolanci, che andavano a raccattare sui monti, e si facevano cucire da lei, con quella seta bianca, le tute per camuffarsi nella neve. Con un paracadute arancione, Dirce confezionò invece un bel vestito a Gabriella. Tutto il materiale dei partigiani, quando si percepiva l'arrivo dei tedeschi, veniva nascosto in un cassone chiuso, collocato sotto il letame della concimaia.

martedì 6 settembre 2016

ATTENTI AL LUPPOLO

ATTENTI AL LUPPOLO
Nel cortile precipitavano a volume altissimo, come bombe, le notizie del telegiornale, tanto che le galline, atterrite, erano sfollate sui rami d'un sambuco e sbatacchiavano il capo, quasi a volersi sbarazzare di tutto quel trambusto. Lì dentro avrebbero potuto entrarci, sferragliando, un carrarmato, un trattore, una trebbiatrice, e Antonia, la proprietaria, non se ne sarebbe accorta.
Se ne stava seduta all'ombra, proprio come le galline, anche se appariva più calma delle pennute, forse rassegnata; gli occhiali sulla punta del naso, lavorava pizzi e centrini all'uncinetto.
In terra, un cesto colmo di erbe che non avevano l'aria d'essere verdure, anzi: sembravano frutto di una monda dell'orto; erbacce, insomma, che non andavano bene nemmeno per i conigli.
“Oh, Tonia, è scoppiata la guerra?”, disse Beppe, il vecchio sarto zoppo, avvicinandosi a lei.
Tonia non alzò nemmeno il capo, tutta assorta nella conta dei punti, tanto che l'ometto, trascinando la sua gamba malferma, la sfiorò con il bastone. “Oh Beppe! M'avete spaventata! Scusate, ma c'è lei, in casa, ed è un po' sorda, sapete...”
Tonia indicò la porta aperta e poi gridò (perché bisognava gridare per capirsi), “C'è lei: la contessina!”
La contessina, detta anche “mobile antico”, perché era vecchia, ma straricca, dunque di un certo valore come i pezzi d'antiquariato, non era del paese. Tonia e Beppe sì. E se Tonia aveva lavorato a lungo nelle città come bambinaia e cameriera, Beppe, a causa della sua “disgrazia” (la chiamava così, e non se ne vergognava punto), s'era dovuto inventare un mestiere che non fosse quello d'andare a zappare, falciare o rincorrere pecore.
Così, s'era messo ad aiutare la mamma, che era sarta, ed era diventato un sarto fino fino, di quelli capaci di confezionare abiti per ogni occasione. Una delle cose che, tuttavia, gli veniva sollecitata più spesso era quella di 'rivoltare' i cappotti, le giacche, i soprabiti, smontandoli, mettendo all'esterno la parte interna, meno consunta, e ricucendoli.
La contessina, quindi, nonostante il diminutivo, non era giovane. Non era del paese e, sicuramente, non era povera. Però era sorda, completamente sorda.
La contessina era una villeggiante genovese centenaria, danarosa, di famiglia alto borghese, forse pure con un po' di sangue blu. Non s'era mai sposata, diceva di non aver mai avuto (né voluto) un fidanzato, probabilmente non aveva mai nemmeno lavorato e, quasi certamente, l'unica sua gioia era contare i quattrini.
Ora, che ci faceva una gentile centenaria con tanti soldi da potersi comprare tutta Genova in uno sperduto borgo di montagna? Ah, l'aria buona, sì.
Innanzitutto, però, era quel “danarosa” coniugato a “genovese” (risultato: spilorcia) che la portava a passare l'estate lì, tra il cortile di Tonia e quello di Mariarosa, sua dama di compagnia per tutto l'anno.
“Andate, andate a vedere come 'quella' sta davanti alla televisione, Beppe. - disse Tonia - Io sono uscita di casa perché non resisto e aspetto che Mariarosa torni a prendersela per spegnere tutto e riposarmi le orecchie.” Il sarto si avvicinò alla porta e guardò dentro.
La contessina, seduta e piegata a novanta gradi, con il naso quasi sui ginocchi, teneva l'orecchio incollato al televisore e annuiva, scuotendo appena i riccioli grigi sfuggiti alle mollette. Pareva una mantide religiosa, un insetto stecco, tanto era magra e quasi mummificata.

domenica 17 aprile 2016

"PIETRO DEI COLORI" - NUOVA EDIZIONE "TRA LE RIGHE LIBRI"

http://www.ibs.it/code/9788899141424/albertini-normanna/pietro-dei-colori.html

Disegno di copertina di Sara Davalli


Di lui non si sa nulla. C’era soltanto la sua firma sul trittico di Rocca di Soraggio: “Et pictus fuit p. me Petrus de Talata”, nient’altro. Anche quella firma, in seguito, è andata persa.
Che poi “Talata” debba corrispondere a “Talada”, piccola borgata della montagna reggiana, è solamente una supposizione, o forse una deduzione, vista la relativa vicinanza delle due località e il loro essere appartenute al Ducato Estense. Niente ci assicura che sia davvero così.
Si tratta di luoghi in qualche modo rimasti arcaici, immersi nei boschi, uniti da strade tortuose, comunque disagevoli pure oggi, nonostante l’asfalto, soprattutto con il ghiaccio e la neve dei lunghi inverni.
Luoghi accomunati dalla passione degli abitanti per le leggende, le strane apparizioni di fate, folletti, diavoli, streghi e streghe, serpenti alati, uomini e donne – mediconi - capaci di curare con le parole, le preghiere, le segnature e misteriosi intrugli di erbe.
Luoghi un tempo abitati da popoli veneranti divinità in buona parte muliebri, come si riscontra nella vicina Lunigiana, dove i ritrovamenti delle statuette di antiche dee madri la confermano come terra mistica, consacrata a divinità femminili. Divinità legate alla luna e al suo culto.
Le madonne di Pietro hanno tutte volti lunari e tutte ricordano, in qualche maniera, le antiche raffigurazioni della dea Iside con il sacro figlio Horus in braccio.
Di Pietro non si sa nulla; per lui parlano le sue opere: Il trittico di Borsigliana “Madonna col Bambino tra i Santi Prospero e Nicola”, noto nella storia dell’arte toscana anche per un furto e un tentativo di esportazione illegale;

DONNE DI TERRA E ORIZZONTI - 8 MARZO IN SENATO

https://www.radioradicale.it/scheda/468999/conferenza-stampa-donne-di-terra-e-di-orizzonti-agricoltura-fra-tradizione-e
Dice un canto tradizionale lombardo: “La storia di queste montagne è scritta su mani di donna che han lavorato la terra. E la terra si porta nel cuore”
Io porto nel cuore la mia terra e sono grata di possedere un sapere umile delle mani che da lei discende; una conoscenza ereditata, che va dal saper cucinare, alla cura degli esseri viventi, all’uso di ago e filo. All’aggiustare ciò che si rompe, compresi i rapporti, invece di buttarli via. Anche la cura delle relazioni è una sorta di rammendo, o se volete, di faticoso impasto, come quello del pane, e le donne contadine di un tempo ne erano le depositarie. Erano loro a tenere in piedi le famiglie, erano loro a rattoppare i vuoti, gli strappi di uomini lontani per lavoro, per guerre, per morti precoci. Ricuciture dolorose che ho ben conosciuto nei racconti delle donne della mia famiglia e che mi porto dentro, situazioni che ho poi ritrovato in altre donne oggi in cammino per il mondo. Donne in piedi, resilienti, dignitose.
Vengo da un mondo dei campi in cui si sapeva che sporcarsi è necessario per realizzare qualcosa, per ottenere un risultato. Accudire piante e animali (ma anche un vecchio o un bambino) significa sporcarsi, ma educa al senso della cura; è anche capire il valore della vita e del cibo, e imparare a rispettarli. È comprendere tutta la fatica che sta dietro a ciò che mangiamo. Poi, insegna a darsi dei limiti nel consumo. Perché dallo sporco buono del lavoro si può passare a quello pericoloso delle discariche e delle terre dei fuochi o delle malattie per eccesso di cibo.

C’era un rispetto, un tempo, nelle culture contadine, che metteva chiari confini, nell’uso delle risorse: mai devastare, mai prendere tutto, pensare al domani, ripiantare dove si tagliava, lasciare le giuste matricine nel bosco. Lavorare insieme, cooperare (com’era nelle latterie sociali del Parmigiano) era indispensabile: i nostri vecchi non sarebbero mai sopravvissuti altrimenti. Questo portava coesione, socialità all’interno dei paesi e delle famiglie, pur in mezzo alle diatribe e ai litigi; aiutava a reggere il conflitto, a dirimere le discordie, per il bene comune.

Vengo da un mondo in cui davvero “si mangiava il territorio”: quasi tutto ciò che finiva sulla tavola arrivava dai nostri campi e noi e la terra eravamo fatti delle stesse sostanze. Un mondo scritto su mani di donna che han lavorato la terra. In tutti i miei libri, anche nell’ultimo dedicato a Matilde di Canossa, protagoniste sono le donne e le loro lotte, le loro mani, il loro cuore connesso alla vita e alla terra.
Amo la terra su cui sono, il mio corpo è fatto della sua sabbia”, dicevano i Seminole. È utopia pensare di riconnettere vita umana e natura in una agricoltura più rispettosa del creato? Forse, e concludo, citando Galeano: “a questo serve l’utopia, a camminare”:
Grazie per questa bellissima giornata.











domenica 8 novembre 2015

Poesie - Gatto nel crepuscolo - Canto per la nonna

Gatto nel crepuscolo


Là in fondo, al calar del sole
un tenue barbaglio, uno scatto
nella siepe. Forse capriole,
o fughe, di un gatto.
Le viti danzan sul rosso
vermiglio; schiamazza
volando dal noce nel fosso
la stridula gazza.
È il gatto che ha fatto scappare
l’uccello dal ramo lassù?
(Da un gatto c’è da imparare
a dar caccia; a dormire di più.)
Silenzio. Il sole è scomparso
tra i monti. È oro che cola
sui pampini sparso
e il buio e l’angoscia consola.
Un guizzo, lesta falcata:
micio salta dai pruni cupi
gnaulando con voce accorata
quasi incalzato da lupi.
“Vieni, piccolo, qua, tra le braccia!”
Lui balza e corre; il birbante!
Ronfando sul cuor s’accovaccia
come bimbo, disarmante.


Canto per la nonna  


La zappa tu piantavi
con forza nella zolla
e al sole rivoltavi
di suolo una corolla.
Eri così guerriera,
nonna, con quell’attrezzo!
Tu continuavi ardita
a dissodare il campo
fintantoché, sfinita,
giacevi lì al mio fianco.
Eri tanto austera,
nonna, e di giusto vezzo!
Il fazzoletto nero
sulla tua fronte sceso
chiudeva  sì al sicuro
i capelli, ben teso.
Vestivi tutta nera,
nonna, ma niente sprezzo!
Che forse t’eran morte
persone tanto care
e il lutto era ormai sorte
assidua da abitare.
Parevi prigioniera
di un mondo troppo grezzo!
Quindi tu poi pregavi
lassù, nel luogo santo
e con te mi portavi
e mi tenevi accanto.
Mi hai dato la preghiera,
nonna; che non ha prezzo!


Poesia - Ode alla Pietra di Bismantova

Ode alla Pietra di Bismantova 


Le nubi ti veston perlate
fluttuando a velo sui fianchi
di crespo e di raso imbastite
in riccioli bianchi;
sei bella, sei donna, sei sposa
robusta, sovrana impettita
dal seggio controlli amorosa
la volpe impaurita
dal volo del falco, potente,
la preda a mirare là in alto
e brusco, in guizzo repente
gettarsi all’assalto.

Sei bella, sei madre, sei astro
di alture e campagne e querceti
e villici, sei duomo, pilastro
di colli lieti
percorsi un tempo da greggi,
vissuti con sana durezza
da genti che ancor tu proteggi
con schietta dolcezza;
a te s’affrettan, rapiti,
da lungi, stranieri e viandanti
fermi a scrutarti, stupiti,
muti, adoranti.

Sei bella, sei manto, sei chiesa
di lei, Vergin Madre allattante,
o Bismantova, rupe distesa,

culla di pace abbondante.

sabato 15 agosto 2015

86SubPress: "Il sapere piccolo" di Normanna Albertini

86SubPress: "Il sapere piccolo" di Normanna Albertini:

“Il sapere piccolo” di Normanna Albertini, Garfagnana Editrice, è un libriccino di 119 pagine (12 euro) che può essere definito uno scrigno in cui sono riposte graziose fotografie di una Emilia che in gran parte non esiste più, un tentativo, tra l’altro magistralmente riuscito, di conservare la tradizione e allo stesso tempo i propri ricordi che per l’appunto appartengono a un tempo che via via si è andato sbriciolando. La penna della Albertini, come una paziente mano materna, raccoglie queste briciole di pane dalla tovaglia per evitare che vengano gettate nel rusco, per lanciarle invece nella stia così da salvarle in un ciclo che alimenti l’anima non solo dei figli di quella terra, ma un po’ di tutto il nostro bistrattato paese. Un’immagine per davvero bucolica, poetica, ed è questo lo stato d’animo in cui si troverà il lettore che voglia affrontare questa piacevole lettura.    
Questi racconti sono dieci dipinti, dieci storie di una tradizione contadina in cui il rapporto tra l’uomo e la terra assumeva il sapore e le sembianze di una ritualità arcaica, da una parte, e di una vera e propria epica,  dall’altra. Ad esempio, l’uccisione del porco viene riportata non solo in tutti i suoi passi rituali, ma introdotto dal racconto dell’arrivo dei maslin “non era il padrone del signor maiale a dargli la morte, erano i “maslin”, esperti macellatori che, in quel periodo dell’anno, andavano di casa in casa con tutto il loro armamentario di macchine da macinare (a mano), coltellacci, coltelli per scannare (“al burcaj”), che poi era un lungo punteruolo, coltelle e coltellini per tagliare e radere, perché il maiale andava pure depilato!” – pagina 25.

Il talento e la sensibilità della Albertini rendono piacevole questa lettura al più convinto degli animalisti.

mercoledì 12 agosto 2015

Un film su Paride Allegri, partigiano e ambientalista, uomo di pace.

Il nome “Sirio” era il quarto nome che Paride Allegri si era dato durante la Resistenza. Il nome di una delle stelle più luminose del firmamento. Il fatto è che i nazisti e i fascisti lo cercavano e, ogni volta che sapeva di essere stato individuato, cambiava nome: Veltro, Atomo, Juris, Sirio. L’ultimo nome di copertura “Sirio” gli venne assegnato dal suo comando, non fu lui a sceglierlo. Paride raccontò (in un’intervista) che solo anni dopo scoprì il significato del nome “Sirio”, cioè la stella più brillante. “Se lo avessi saputo non lo avrei accettato” disse. Era un uomo che non amava né apparire né essere al disopra degli altri.
Come “Comandante Sirio”, Paride aveva diretto una vasta zona della Resistenza nella provincia di Reggio Emilia, quasi tutta, a partire dalla città, dalla pianura fino alle montagne.
Aveva 23 anni, l’8 settembre, ed era militare in aviazione da tre anni; si trovò a scegliere e decise di schierarsi contro i tedeschi.
Volevano dominare il mondo e lui sentì che doveva impedirglielo..
Così, quando ci fu l’ordine di presentarsi ai tedeschi, Paride salì in montagna, poi ridiscese in città e cominciò ad organizzare una prima resistenza tra gli amici della zona. Combattè, dunque; soprattutto fu responsabile di centinaia atti di sabotaggio, dove cercò sempre di colpire le strutture, risparmiando le persone. Bello il ricordo che ne fa Mauro Bigi, sindaco di Vezzano, dopo la sua morte, nel 2012: “Nella resistenza, nel movimento cooperativo prima e ambientalista poi, in Consiglio Comunale, come agricoltore e come pacifista negli ultimi anni, quando io l’ho conosciuto. Non si è mai tirato indietro.  In lui era chiaro che nostro dovere di uomini nel mondo fosse parteciparvi a pieno titolo, scegliendo. E che la libertà scaturisse da questo. Per i diritti, di tutti. Senza confondere mai i diritti con i propri interessi.  E perché  questo fosse esplicito, facendo scelte di stili di vita improntate all’essenzialità.

Quanta distanza dal concetto che abbiamo oggi di libertà: potere fare quello che vogliamo, giusto o meno; difendere i nostri diritti, senza curarci troppo che questi possano ledere i diritti degli altri, confondere i diritti con i nostri interessi.
  “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo” diceva spesso Paride citando Gandhi. Sì, questo mondo, il nostro paese, possiamo cambiarlo solo se iniziamo da noi stessi. Partecipando per i diritti di tutti, e non solo per i nostri interessi.”
Paride si era diplomato in agraria a Reggio Emilia e riteneva,  fin da giovanissimo, che fondamentale fosse la scelta della terra e dell’agricoltura come economia di base.  Per non creare una piramide sbagliata, diceva: “Perchè la piramide che c’è al giorno d’oggi, è una piramide rovesciata, dove il commercio è la base, dopo il commercio c’è l’industria, e all’apice alla punta c’è ridotta a poche cose le forze che si dedicano all’agricoltura, per cui bisogna riportare la situazione nella sua giusta direzione, ritornare alla base fondamentale della vita agricola dei popoli, abbandonare le grandi metropoli, le grandi industrie, per sviluppare un’economia di villaggio, un’economia locale che sia liberatoria dal commercio.” 

lunedì 10 agosto 2015

BOOKTRAILER - COME SPICCHIO DI MELAGRANA

Video promozionale del romanzo

http://www.ibs.it/code/9788889156759/albertini-normanna/come-spicchio-melagrana.html