domenica 17 aprile 2016

"PIETRO DEI COLORI" - NUOVA EDIZIONE "TRA LE RIGHE LIBRI"

http://www.ibs.it/code/9788899141424/albertini-normanna/pietro-dei-colori.html

Disegno di copertina di Sara Davalli


Di lui non si sa nulla. C’era soltanto la sua firma sul trittico di Rocca di Soraggio: “Et pictus fuit p. me Petrus de Talata”, nient’altro. Anche quella firma, in seguito, è andata persa.
Che poi “Talata” debba corrispondere a “Talada”, piccola borgata della montagna reggiana, è solamente una supposizione, o forse una deduzione, vista la relativa vicinanza delle due località e il loro essere appartenute al Ducato Estense. Niente ci assicura che sia davvero così.
Si tratta di luoghi in qualche modo rimasti arcaici, immersi nei boschi, uniti da strade tortuose, comunque disagevoli pure oggi, nonostante l’asfalto, soprattutto con il ghiaccio e la neve dei lunghi inverni.
Luoghi accomunati dalla passione degli abitanti per le leggende, le strane apparizioni di fate, folletti, diavoli, streghi e streghe, serpenti alati, uomini e donne – mediconi - capaci di curare con le parole, le preghiere, le segnature e misteriosi intrugli di erbe.
Luoghi un tempo abitati da popoli veneranti divinità in buona parte muliebri, come si riscontra nella vicina Lunigiana, dove i ritrovamenti delle statuette di antiche dee madri la confermano come terra mistica, consacrata a divinità femminili. Divinità legate alla luna e al suo culto.
Le madonne di Pietro hanno tutte volti lunari e tutte ricordano, in qualche maniera, le antiche raffigurazioni della dea Iside con il sacro figlio Horus in braccio.
Di Pietro non si sa nulla; per lui parlano le sue opere: Il trittico di Borsigliana “Madonna col Bambino tra i Santi Prospero e Nicola”, noto nella storia dell’arte toscana anche per un furto e un tentativo di esportazione illegale;

DONNE DI TERRA E ORIZZONTI - 8 MARZO IN SENATO

https://www.radioradicale.it/scheda/468999/conferenza-stampa-donne-di-terra-e-di-orizzonti-agricoltura-fra-tradizione-e
Dice un canto tradizionale lombardo: “La storia di queste montagne è scritta su mani di donna che han lavorato la terra. E la terra si porta nel cuore”
Io porto nel cuore la mia terra e sono grata di possedere un sapere umile delle mani che da lei discende; una conoscenza ereditata, che va dal saper cucinare, alla cura degli esseri viventi, all’uso di ago e filo. All’aggiustare ciò che si rompe, compresi i rapporti, invece di buttarli via. Anche la cura delle relazioni è una sorta di rammendo, o se volete, di faticoso impasto, come quello del pane, e le donne contadine di un tempo ne erano le depositarie. Erano loro a tenere in piedi le famiglie, erano loro a rattoppare i vuoti, gli strappi di uomini lontani per lavoro, per guerre, per morti precoci. Ricuciture dolorose che ho ben conosciuto nei racconti delle donne della mia famiglia e che mi porto dentro, situazioni che ho poi ritrovato in altre donne oggi in cammino per il mondo. Donne in piedi, resilienti, dignitose.
Vengo da un mondo dei campi in cui si sapeva che sporcarsi è necessario per realizzare qualcosa, per ottenere un risultato. Accudire piante e animali (ma anche un vecchio o un bambino) significa sporcarsi, ma educa al senso della cura; è anche capire il valore della vita e del cibo, e imparare a rispettarli. È comprendere tutta la fatica che sta dietro a ciò che mangiamo. Poi, insegna a darsi dei limiti nel consumo. Perché dallo sporco buono del lavoro si può passare a quello pericoloso delle discariche e delle terre dei fuochi o delle malattie per eccesso di cibo.

C’era un rispetto, un tempo, nelle culture contadine, che metteva chiari confini, nell’uso delle risorse: mai devastare, mai prendere tutto, pensare al domani, ripiantare dove si tagliava, lasciare le giuste matricine nel bosco. Lavorare insieme, cooperare (com’era nelle latterie sociali del Parmigiano) era indispensabile: i nostri vecchi non sarebbero mai sopravvissuti altrimenti. Questo portava coesione, socialità all’interno dei paesi e delle famiglie, pur in mezzo alle diatribe e ai litigi; aiutava a reggere il conflitto, a dirimere le discordie, per il bene comune.

Vengo da un mondo in cui davvero “si mangiava il territorio”: quasi tutto ciò che finiva sulla tavola arrivava dai nostri campi e noi e la terra eravamo fatti delle stesse sostanze. Un mondo scritto su mani di donna che han lavorato la terra. In tutti i miei libri, anche nell’ultimo dedicato a Matilde di Canossa, protagoniste sono le donne e le loro lotte, le loro mani, il loro cuore connesso alla vita e alla terra.
Amo la terra su cui sono, il mio corpo è fatto della sua sabbia”, dicevano i Seminole. È utopia pensare di riconnettere vita umana e natura in una agricoltura più rispettosa del creato? Forse, e concludo, citando Galeano: “a questo serve l’utopia, a camminare”:
Grazie per questa bellissima giornata.











domenica 8 novembre 2015

Poesie - Gatto nel crepuscolo - Canto per la nonna

Gatto nel crepuscolo


Là in fondo, al calar del sole
un tenue barbaglio, uno scatto
nella siepe. Forse capriole,
o fughe, di un gatto.
Le viti danzan sul rosso
vermiglio; schiamazza
volando dal noce nel fosso
la stridula gazza.
È il gatto che ha fatto scappare
l’uccello dal ramo lassù?
(Da un gatto c’è da imparare
a dar caccia; a dormire di più.)
Silenzio. Il sole è scomparso
tra i monti. È oro che cola
sui pampini sparso
e il buio e l’angoscia consola.
Un guizzo, lesta falcata:
micio salta dai pruni cupi
gnaulando con voce accorata
quasi incalzato da lupi.
“Vieni, piccolo, qua, tra le braccia!”
Lui balza e corre; il birbante!
Ronfando sul cuor s’accovaccia
come bimbo, disarmante.


Canto per la nonna  


La zappa tu piantavi
con forza nella zolla
e al sole rivoltavi
di suolo una corolla.
Eri così guerriera,
nonna, con quell’attrezzo!
Tu continuavi ardita
a dissodare il campo
fintantoché, sfinita,
giacevi lì al mio fianco.
Eri tanto austera,
nonna, e di giusto vezzo!
Il fazzoletto nero
sulla tua fronte sceso
chiudeva  sì al sicuro
i capelli, ben teso.
Vestivi tutta nera,
nonna, ma niente sprezzo!
Che forse t’eran morte
persone tanto care
e il lutto era ormai sorte
assidua da abitare.
Parevi prigioniera
di un mondo troppo grezzo!
Quindi tu poi pregavi
lassù, nel luogo santo
e con te mi portavi
e mi tenevi accanto.
Mi hai dato la preghiera,
nonna; che non ha prezzo!


Poesia - Ode alla Pietra di Bismantova

Ode alla Pietra di Bismantova 


Le nubi ti veston perlate
fluttuando a velo sui fianchi
di crespo e di raso imbastite
in riccioli bianchi;
sei bella, sei donna, sei sposa
robusta, sovrana impettita
dal seggio controlli amorosa
la volpe impaurita
dal volo del falco, potente,
la preda a mirare là in alto
e brusco, in guizzo repente
gettarsi all’assalto.

Sei bella, sei madre, sei astro
di alture e campagne e querceti
e villici, sei duomo, pilastro
di colli lieti
percorsi un tempo da greggi,
vissuti con sana durezza
da genti che ancor tu proteggi
con schietta dolcezza;
a te s’affrettan, rapiti,
da lungi, stranieri e viandanti
fermi a scrutarti, stupiti,
muti, adoranti.

Sei bella, sei manto, sei chiesa
di lei, Vergin Madre allattante,
o Bismantova, rupe distesa,

culla di pace abbondante.

sabato 15 agosto 2015

86SubPress: "Il sapere piccolo" di Normanna Albertini

86SubPress: "Il sapere piccolo" di Normanna Albertini:

“Il sapere piccolo” di Normanna Albertini, Garfagnana Editrice, è un libriccino di 119 pagine (12 euro) che può essere definito uno scrigno in cui sono riposte graziose fotografie di una Emilia che in gran parte non esiste più, un tentativo, tra l’altro magistralmente riuscito, di conservare la tradizione e allo stesso tempo i propri ricordi che per l’appunto appartengono a un tempo che via via si è andato sbriciolando. La penna della Albertini, come una paziente mano materna, raccoglie queste briciole di pane dalla tovaglia per evitare che vengano gettate nel rusco, per lanciarle invece nella stia così da salvarle in un ciclo che alimenti l’anima non solo dei figli di quella terra, ma un po’ di tutto il nostro bistrattato paese. Un’immagine per davvero bucolica, poetica, ed è questo lo stato d’animo in cui si troverà il lettore che voglia affrontare questa piacevole lettura.    
Questi racconti sono dieci dipinti, dieci storie di una tradizione contadina in cui il rapporto tra l’uomo e la terra assumeva il sapore e le sembianze di una ritualità arcaica, da una parte, e di una vera e propria epica,  dall’altra. Ad esempio, l’uccisione del porco viene riportata non solo in tutti i suoi passi rituali, ma introdotto dal racconto dell’arrivo dei maslin “non era il padrone del signor maiale a dargli la morte, erano i “maslin”, esperti macellatori che, in quel periodo dell’anno, andavano di casa in casa con tutto il loro armamentario di macchine da macinare (a mano), coltellacci, coltelli per scannare (“al burcaj”), che poi era un lungo punteruolo, coltelle e coltellini per tagliare e radere, perché il maiale andava pure depilato!” – pagina 25.

Il talento e la sensibilità della Albertini rendono piacevole questa lettura al più convinto degli animalisti.

mercoledì 12 agosto 2015

Un film su Paride Allegri, partigiano e ambientalista, uomo di pace.

Il nome “Sirio” era il quarto nome che Paride Allegri si era dato durante la Resistenza. Il nome di una delle stelle più luminose del firmamento. Il fatto è che i nazisti e i fascisti lo cercavano e, ogni volta che sapeva di essere stato individuato, cambiava nome: Veltro, Atomo, Juris, Sirio. L’ultimo nome di copertura “Sirio” gli venne assegnato dal suo comando, non fu lui a sceglierlo. Paride raccontò (in un’intervista) che solo anni dopo scoprì il significato del nome “Sirio”, cioè la stella più brillante. “Se lo avessi saputo non lo avrei accettato” disse. Era un uomo che non amava né apparire né essere al disopra degli altri.
Come “Comandante Sirio”, Paride aveva diretto una vasta zona della Resistenza nella provincia di Reggio Emilia, quasi tutta, a partire dalla città, dalla pianura fino alle montagne.
Aveva 23 anni, l’8 settembre, ed era militare in aviazione da tre anni; si trovò a scegliere e decise di schierarsi contro i tedeschi.
Volevano dominare il mondo e lui sentì che doveva impedirglielo..
Così, quando ci fu l’ordine di presentarsi ai tedeschi, Paride salì in montagna, poi ridiscese in città e cominciò ad organizzare una prima resistenza tra gli amici della zona. Combattè, dunque; soprattutto fu responsabile di centinaia atti di sabotaggio, dove cercò sempre di colpire le strutture, risparmiando le persone. Bello il ricordo che ne fa Mauro Bigi, sindaco di Vezzano, dopo la sua morte, nel 2012: “Nella resistenza, nel movimento cooperativo prima e ambientalista poi, in Consiglio Comunale, come agricoltore e come pacifista negli ultimi anni, quando io l’ho conosciuto. Non si è mai tirato indietro.  In lui era chiaro che nostro dovere di uomini nel mondo fosse parteciparvi a pieno titolo, scegliendo. E che la libertà scaturisse da questo. Per i diritti, di tutti. Senza confondere mai i diritti con i propri interessi.  E perché  questo fosse esplicito, facendo scelte di stili di vita improntate all’essenzialità.

Quanta distanza dal concetto che abbiamo oggi di libertà: potere fare quello che vogliamo, giusto o meno; difendere i nostri diritti, senza curarci troppo che questi possano ledere i diritti degli altri, confondere i diritti con i nostri interessi.
  “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo” diceva spesso Paride citando Gandhi. Sì, questo mondo, il nostro paese, possiamo cambiarlo solo se iniziamo da noi stessi. Partecipando per i diritti di tutti, e non solo per i nostri interessi.”
Paride si era diplomato in agraria a Reggio Emilia e riteneva,  fin da giovanissimo, che fondamentale fosse la scelta della terra e dell’agricoltura come economia di base.  Per non creare una piramide sbagliata, diceva: “Perchè la piramide che c’è al giorno d’oggi, è una piramide rovesciata, dove il commercio è la base, dopo il commercio c’è l’industria, e all’apice alla punta c’è ridotta a poche cose le forze che si dedicano all’agricoltura, per cui bisogna riportare la situazione nella sua giusta direzione, ritornare alla base fondamentale della vita agricola dei popoli, abbandonare le grandi metropoli, le grandi industrie, per sviluppare un’economia di villaggio, un’economia locale che sia liberatoria dal commercio.” 

lunedì 10 agosto 2015

BOOKTRAILER - COME SPICCHIO DI MELAGRANA

Video promozionale del romanzo

http://www.ibs.it/code/9788889156759/albertini-normanna/come-spicchio-melagrana.html

martedì 14 luglio 2015

INTERVENTO DI FRATEL ARTURO PAOLI NEL SAGGIO "PIETRO DA TALADA - UN PITTORE DEL QUATTROCENTO IN GARFAGNANA" - GARFAGNANA EDITRICE



Maria, donna del Magnificat, mandata a cantare colui che viene a liberarci dall’orgoglio.
di fratel Arturo Paoli

“È impossibile pensare l’Incarnazione
e la redenzione senza la donna:
voce di Maria a Cana di Galilea:
Fratel Arturo Paoli
fate quello che vi dirà;
voce della Samaritana:
venite a vedere un uomo;
voce della Maddalena:
ho visto il Signore.”
(Arturo Paoli – “Il sacerdote e la donna”)

Io sono un amante dell’arte, da giovane ho avuto un grande maestro che insegnava storia dell’arte a Pisa, Matteo Marangone, ma egli si interessava soltanto delle forme, dell’aspetto estetico, non di ciò che poteva esprimere un’immagine. Forse anche agli artisti stessi il soggetto, in realtà, non interessava: il popolo era religioso perciò ai pittori venivano commissionate immagini sacre. Ora, guardo la Madonna col bambino di Pietro da Talada e la prima cosa che noto è: qui manca Giuseppe. Perché? Maria è rappresentata col bambino e, in altre immagini di altri artisti, Gesù è attaccato al petto di lei. Giuseppe, quando c’è, è lì come custode, non è mai in posizione di amico, di marito, ma sempre di protettore, di guardiano a cui è affidata Maria. L’interesse è tutto concentrato in lei. Anche liturgicamente, Giuseppe viene celebrato come il custode, il padre “putativo”, colui che difende la maternità. Da cosa viene tutto ciò? È la cultura greca che ha pervaso la cristianità, il punto di vista dei greci sul rapporto uomo/donna e sulla famiglia. I greci sono stati i più lascivi dell’umanità, però sono quelli che hanno considerato una debolezza l’amore e l’amicizia per la donna. Come viene valutata la moglie di Socrate nei dialoghi di Platone? Una bisbetica. Una donna intrattabile da cui lui egli si è dovuto difendere. L’immagine dell’uomo che i greci ci hanno tramandato è quella di un essere che non ha complemento, che è “a metà”. L’immagine di Gesù è quindi associata a quella della madre, però è importantissimo, ad un certo punto, che egli si “difenda” dalla madre, e succede  quando dice: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?”. Già a dodici anni, al tempio, aveva detto ai suoi: “Perché mi cercate?” Il vangelo ci spiega questo: Gesù si emancipa. Ho un ricordo di mia madre quando, a diciotto anni, mi disse che, da quel momento, dovevo uscire di casa ed imparare a cavarmela da solo. Mi ha aiutato ad emanciparmi. Da lei sono tornato sempre, e mi piaceva portarle dei piccoli regali. Ma lei mi ha spinto ad essere libero. La mancanza della figura del padre nell’iconografia è emblematica. Se Gesù, invece di essere visto come una vittima per placare un Padre arrabbiato, venisse visto come un modello da seguire, tutto sarebbe diverso. La venuta del cristianesimo e di Cristo nell’Occidente greco in un certo senso ha magnificato solo un aspetto sia di Gesù che di Maria, un aspetto trascendente. Il mondo greco è caratterizzato dalla ricerca di quello che è metafisico, cioè la ricerca del principio delle cose: le idee, per Platone, i prototipi per Aristotele. San Tommaso ha pensato il cristianesimo in questo schema, lo schema metafisico. Io penso che questo spieghi molto la crisi attuale e anche un po’ la crisi della Chiesa perché, praticamente, noi abbiamo vissuto un Cristo lontano dalla realtà e abbiamo interpretato questa presenza fisica di Gesù sulla terra come la presenza di una vittima destinata ad essere “macellata” per ottenere il perdono dal Padre per i nostri peccati. In questo modo, sono stati creati tanti, ma tanti equivoci. Il primo equivoco è che ora ci troviamo una civiltà cristiana totalmente lontana dai principi veri del cristianesimo. Praticamente abbiamo detto:“ Gesù ha scontato i peccati per tutti e noi, in qualche modo, attraverso una lacrimetta, riusciamo a salvarci l’anima senza troppo impegno perché Lui ha già salvato l’anima di tutti.”.

giovedì 5 febbraio 2015

"COME SPICCHIO DI MELAGRANA - MATILDE, DONNA DEL MEDIOEVO" LIBRO VINCITORE DEL SECONDO PREMIO SILVIO D'ARZO


PROLOGO


Marola, Monte Borello, anno domini 1089

Era proprio un lupo.
Fermo, gli occhi metallici, pervasi d’apparente inermità, lo fissavano.
Il pelo, lungo e scuro, si sollevava sul petto, accompagnando gli sbuffi di vapore fuori dai canini serrati.
Era un lupo; immobile, e pareva enorme, seduto accanto all’altro animale bagnato di sangue.
Lo guardava, e in quegli occhi scorrevano il vento e il tempo delle stelle, la neve dell’inverno e il bollore estivo, le piume dei nidi e l’esalazione tiepida del letame.
Fermo, come un dio antico, stava lì, illogicamente - lui, belva - a proteggere un cinghiale ingannato dalla tagliola. Tutt’intorno si levava un puzzo di fango, di foglie di castagno e il felpato profumo della guazza.
L’eremita si avvicinò. Estrasse uno zufolo dal mantello. Non ne uscì alcun suono, quando vi soffiò dentro, eppure il lupo parve avvertire qualcosa.
Mosse le orecchie, annusò l’aria; sbadigliò, tirando fuori la lunga lingua, e chinò il muso.
L’uomo ripose lo zufolo. Si avvicinò ancora e gli parlò piano, come in preghiera.
Bello, quanto sei bello amico mio. Non aver paura.
Non si mosse, il lupo, superbo. Bambino e schivo negli occhi. Abbassò ancora il capo, ma impercettibilmente, quasi annuendo.
            Bello, non aver paura; vediamo cos’è successo al cinghiale, vuoi?
Dignitosamente, il lupo scosse la pelliccia liberandola dall’umidità, poi si rizzò e, con misura, si avvicinò all’uomo.
            Con misura, l’eremita fece ancora un passo verso di lui, si curvò, pose un ginocchio a terra e aspettò che la bestia gli fosse proprio di fronte, fino a sentirne il fiato umido e l’odore pungente.
            Lo accarezzò; lui reclinò le orecchie e guaì piano.
            Bravo, amico, bravo. Guardiamo cos’è successo al cinghiale.
Come di comune accordo, a passi lenti, uomo e lupo si accostarono al mucchio di pelo e sangue avviluppato dai rovi.
            È morto, vedi? Era un cinghiale giovane, inesperto. Non respira più. La tagliola gli ha rotto l’osso del collo.
            Il lupo osservò la bestia, poi l’uomo; scrutò intorno annusando l’aria e, inaspettatamente,  divenne irrequieto; negli occhi bambini si accese un galoppare smanioso di luci.
            Dal cielo stillava, intanto, pioviggine invisibile di nevischio.
Una foschia rada, cotonosa, sostenuta dal vento, si abbarbicava alle cime degli alberi, rotolava nelle radure e, come stormo di colombi confusi, turbinava sull’erba secca.
D’improvviso, il lupo puntò in direzione dei castagni e sparì, a passi morbidi, quasi in volo.
            L’eremita sorrise, lo salutò con la mano e si girò verso la preda.
            Ti ho preso. Lo sapevo che la siepe non ti avrebbe fermato. Dopo il tasso, ora è toccato a te. E la tua carne mi basterà per un bel po’. E i miei cavoli, fino al prossimo ladro, saranno salvi.
Cavò un lungo coltello dalla cintura e ne infilzò la lama tra il capo e il tronco della bestia; poi sollevò l’enorme tagliola, la bloccò e ne estrasse la preda.
Non mi resta che portarti alla mia capanna, scuoiarti e ridurti a fettine da far seccare. Accenderò un bel fuoco di ginepri e appenderò lì innanzi la carne. L’aria, il gelo e il fumo del focolare basteranno, visto che sono senza sale. Sei anche bello grasso, il che non guasta.
Si coprì il capo col cappuccio e s’incamminò, trascinando l’animale in direzione di quella che sembrava una costruzione in pietra, giù, oltre il castagneto.
Ogni tanto si fermava, scacciava le cornacchie che becchettavano i grumi di sangue sulla bestia, controllava il tronco delle piante, ne esaminava le scortecciature e le abrasioni - forse dovute ai palchi dei cervi e alle zanne dei cinghiali - e scuoteva il capo.
Alla marchesa non piacerebbe vedere questo scempio, bisbigliò. Devo suggerirle, quando tornerà, di permettere ai villani di cacciare in queste zone, perché i lupi non riescono a contenere la crescita della selvaggina e i castagni ne soffrono. Però aveva ragione quando insisteva perché si piantasse questo castagneto… quanti poveri stiamo già sfamando!
In terra, tra le foglie, alcuni ricci sfuggiti alla raccolta, o caduti in ritardo dagli alberi, custodivano ancora poche, piccole castagne.
L’uomo ne raccolse alcune, le spellò a dentate e prese a rosicchiarle. Erano acquose, croccanti, di sapore acidulo, vagamente alcolico.
Sono già in amore, mormorò tra sé; quelle che scamperanno al gelo e agli animali germoglieranno e tante nuove piante ingrandiranno il castagneto. Poi dovrò innestarle… Ah! Chi avrebbe pensato, quando ho cominciato, che questa terra rossa, appiccicaticcia, dura sotto il sole, avrebbe dato così tanti buoni frutti?







domenica 21 dicembre 2014

LA BAMBINA E' TORNATA - RACCONTO

La bambina è tornata


Chove, chuva chuverando/ lava a rua do meu bem...” Il cielo color cenere di Salvador, di un bigio vivace, increspato, delicato e tenero come la fragranza e la mollezza della terra umida, è scucito e si spalanca in uno spicchio turchino sulla linea del tramonto. “Scendi, pioggia a catinelle/ lava la strada del mio ben...” intonano i bambini in girotondo nella prima pagina di un romanzo di Jorge Amado, lo scrittore simbolo della Bahía. Nel cuore di Maria, quell’immagine è la più genuina rappresentazione della bellezza innocente, colorata, dolce e sensuale di quel paese. Una grazia che sente sua, lei, piccola e minuta, i grandi occhi neri e il sorriso delizioso a illuminarla. Lei, che potrebbe essere un personaggio di Dona Flor e i suoi due mariti, Gabriella garofano e cannella, Teresa Batista stanca di guerra. Le hanno sempre detto che somiglia così tanto, ma così tanto a Sonia Braga, l’attrice più cara allo scrittore. Come era arrivata sull’Appennino, lei, così nera di capelli e di pelle? Una storia lunga. Maria ci ripensava, qualche anno prima; passeggiava sotto i portici di Bologna, a due passi dall’Università, e ci ripensava. L’aveva sempre saputo, era cosa normale. La mamma aveva sempre risposto alle sue domande. L’aveva sempre saputo. In ogni modo, verso i diciassette anni, aveva cominciato a sentire quel profondo desiderio. Incontenibile. Era scoppiato tutto a Parigi, a casa del cugino Emanuele. Li aveva ascoltati, lui e la moglie straniera, Celia, parlare in quella dolce, musicale lingua e qualcosa le si era acceso dentro. Un fuoco. Incontenibile, furioso, malinconico: “saudade”! Era tornata a casa, ma quel fuoco bruciava, bruciava. “Saudade”! Sì, l’aveva sempre saputo che era stata adottata, ma la voglia di scoprire di quale carne e sangue fosse realmente impastata ora si faceva sempre più grande, insopportabile. Basta, doveva partire, varcare l’Oceano. Certo, Maria aveva ascoltato i racconti della mamma riguardo alla sua nascita e alla sua adozione; una storia bella e amara allo stesso tempo, con un sottofondo di mistero. Quella zia suora, sorella del padre adottivo, un giorno, di là dall’Oceano, aveva raccolto la confessione di una signora che le aveva riferito delle difficoltà di una ragazzina incinta. La suora e la giovane con la pancia grossa grossa, stretta in una maglietta striminzita, si erano poi trovate per caso sull’autobus e l’adolescente aveva manifestato il desiderio di portare avanti una gravidanza che, invece, “qualcuno” non approvava. Perché?
La suora aveva raccontato che non si trattava della solita storia di indigenza, di famiglia disgregata, di violenza. Allora, quale poteva essere stato il motivo? Perché l’avevano abbandonata?
Intanto, in Italia, una famiglia aveva inoltrato domanda di adozione e, a un mese dalla nascita, Maria aveva già respirato l’aria leggera dei monti italiani. Bruciava dentro, però, la saudade; bruciava un sordo richiamo di sangue. Partì, al fine, partì. Doveva incontrarla: lei, la ragazzina dalla pancia grossa grossa nella maglia troppo stretta.
Ma quanto è bello il cielo del Brasile? Quanta luce in più? Quanto è vasto, profondo, immenso? Maria è in quel luogo da una settimana, dovrebbe essere felice, dovrebbe sentire il cuore aprirsi al sollievo e svuotarsi da quel fuoco che brucia, invece no. Tutto le dà fastidio, perché tutto è diverso dall’Italia, tutto è giù di posto, non funziona niente! Non funziona la doccia, spesso non c’è acqua, quella calda poi non se ne parla. E le file interminabili ovunque, e gli autobus in ritardo... in ritardo? Macchè: non hanno proprio orario! Normale, poi, imbattersi in un pullman affondato per metà in un’enorme buca colma d’acqua in mezzo alla strada, con i passeggeri che scendono e non ci fanno una piega. E poi la gente che ti parla, che non ti ignora mai. Non riesce a passare in mezzo alla folla senza che qualcuno la interpelli. La credono una di loro: pelle e volto bahiano, niente da fare. Non li sopporta. Alla fermata dell’autobus, si accende una sigaretta: ‘Figlia mia, non fumare, ti fa male!’, le fa una vecchietta con l’aria di soffrire per lei. Basta. Questo occuparsi continuamente l’uno dell’altro la innervosisce. Sbotta, la manda a quel paese e lei: ‘Come sei nervosa! Non essere nervosa!’. Accidenti! Vivere nello scompiglio, nel disordine, e poi quell’indolenza e  disorganizzazione che la sua educazione occidentale, la sua precisione ed efficienza emiliane rigettano con tutte le forze! Mio Dio: perché era venuta in Brasile?